La battaglia di Zappolino e la storia della secchia rapita

Per oltre 300 anni Bolognesi e Modenesi si fronteggiarono in infinite guerre, battaglie, scaramucce; i primi, guelfi, schierati dalla parte del Papa; i secondi, ghibellini, alleati dell’imperatore di Germania, si contendevano continuamente il possesso dei territori tra Bazzano, Savigno, Monteveglio che, per tale ragione, erano costellati di rocche e castelli. Nella politica le ragioni e le cause non sono mai ben delineate, pertanto è difficile risalire esattamente ai fatti che portarono allo scontro finale ai primi del 1300. Nei mesi precedenti la data della battaglia, vi fu un’intensa attività militare sui confini tra Modena e Bologna; nel mese di Luglio infatti i bolognesi entrarono nel territorio di Modena e misero al sacco la campagna, nel mese di Settembre fu la volta del mantovano e di nuovo della campagna modenese, ma alla fine dello stesso mese i ghibellini conquistarono, grazie ad un tradimento, il castello di Monteveglio, che costituiva un importante baluardo per la difesa di Bologna. Zappolino e il suo castello erano diventati a questo punto l’ultima importante roccaforte a difesa dell’odierno capoluogo emiliano. Nel pomeriggio del 15 novembre del 1325 i due schieramenti si fronteggiarono presso la località che adesso è nota come Ziribega: per i bolognesi un’imponente armata composta da circa 30.000 fanti e 2500 cavalieri, per i modenesi un numero ben più modesto, circa 5000 fanti e 2800 cavalieri (i numeri non sono proprio certi perché c’è discordanza tra i cronisti dell’epoca). Se, apparentemente, i bolognesi sembravano poter soverchiare gli avversari, ad un più attento esame risultava che i fanti bolognesi erano quasi tutti male addestrati e peggio armati (qualcuno aveva solo zappe e forconi) e poco motivati perché erano stati arruolati a forza, mentre i soldati modenesi erano per la maggior parte professionisti veronesi o tedeschi ben addestrati ed armati di tutto punto. Solo i cavalieri bolognesi erano veri soldati, al pari di quelli modenesi. L’esercito bolognese era guidato dal giovane ed inesperto Malatestino da Rimini, figlio di Ferrandino Malatesta, e da Fulcieri da Calboli, capitano del popolo di Bologna, in seguito accusato di avere causato la rotta dei bolognesi per il suo comportamento codardo. Il merito della vittoria modenese va diviso tra tre personaggi: Passerino Bonaccolsi, il tiranno di Modena, tristemente noto per la sua ferocia; Rinaldo d’Este, a capo dell’esercito ferrarese, comandante in capo dell’armata ghibellina; Azzone Visconti, figlio di Galeazzo Visconti, signore di Milano, a capo della cavalleria, coadiuvato da Castruccio Castracani ed i suoi lucchesi. A loro si erano uniti i “traditori” bolognesi (perché ghibellini) Ettore da Panico, abile condottiero della media valle del Reno e Muzzarello da Cuzzano, sanguinario signore dell’alta valle del Samoggia. Quest’ultimo conosceva perfettamente i luoghi dello scontro e questo fu decisivo per le sorti della battaglia. Per tutto il giorno si susseguirono scaramucce e spostamenti tattici di soldati e cavalieri. Poi nel pomeriggio i bolognesi si attestarono nel pianoro denominato Prati di Saletto (in seguito anche detto Prato dei Morti!) con il castello di Zappolino alle spalle; i modenesi li fronteggiavano schierati a ventaglio. Improvvisamente partì la carica frontale guidata da Azzone Visconti e, quasi contemporaneamente, Gangalando Bertucci da Guiglia attaccò al fianco con 200 cavalieri. I Prati di Saletto in realtà è una conca, per cui i bolognesi si trovarono intrappolati ed il grande numero di fanti costituì un impedimento per i cavalieri, ostacolati nei movimenti dai loro stessi soldati. L’assalto così improvviso e determinato provocò il panico tra i bolognesi che, seguendo l’esempio del loro Capitano, si diedero alla fuga in maniera scomposta, aiutati dall’oscurità incombente. L’esercito allo sbando iniziò a cercare riparo nei castelli circostanti: chi a Zappolino, chi a Monteveglio o Oliveto, altri a Bazzano, Piumazzo e Crespellano. La maggior parte, però, fuggì in direzione di Bologna, incalzati dai vincitori. I morti furono più di 3000, per la maggior parte nei Prati di Saletto dove, si dice, ancor oggi compaiano resti di armi o armature. I modenesi nell’inseguimento distrussero i castelli di Crespellano, Zola, Samoggia, Anzola, Castelfranco, Piumazzo e la chiusa del Reno a Casalecchio, però si fermarono sotto le porte sbarrate delle mura di Bologna, dove i fuggitivi avevano trovato riparo. Anziché tentare l’attacco o l’assedio della città, si accamparono all’esterno per tre giorni iniziando palii e giostre. E qui nasce la leggenda della Secchia: si narra che i modenesi “rapirono” una secchia di legno per scherno, ad indicare che loro erano abili nel fare affiorare l’acqua tramite pozzi artesiani mentre ai bolognesi serviva la secchia per attingere l’acqua nella profondità dei pozzi. Ora la secchia è custodita nella Torre della Ghirlandina del palazzo Comunale di Modena ed il fatto sarebbe passato nel dimenticatoio se nel 1624 Alessandro Tassoni non avesse pubblicato un poema eroicomico che riportò alla luce, seppure in maniera burlesca e poco fedele ai fatti reali, quella tragica vicenda. Nel Gennaio 1326 fu stipulata la pace e parecchi castelli e possedimenti furono resi ai bolognesi.

Tratto da La battaglia di Zappolino e la secchia rapita di Vittorio Lenzi – edizioni il fiorino.