Ghiacciaie

ARCHEOLOGIA INDUSTRIALE – Le ghiacciaie del Reno

 

Fino agli anni ’30  la vallata del Reno è stata conosciuta per la produzione di ghiaccio naturale, cioè senza l’ausilio di impianti industriali o tecniche moderne, bensì ottenuto direttamente dalle acque del fiume.

In mancanza di frigoriferi o freezer, il ghiaccio veniva distribuito nelle città e venduto dai “ghiacciaioli” alle famiglie che lo conservavano nelle ghiacciaie per uso domestico.

 

  Fig.1 ghiacciaia domestica

(da: Non solo ferri vecchi)

 
Fig. 2 – ghiacciaioli

(da Quattronet2)

 

Già nell’epoca romana la necessità di fornire il ghiaccio per la conservazione degli alimenti era una priorità, tanto che le fonti di approvvigionamento furono i ghiacciai perenni delle Alpi ed, in particolare, del Monte Rosa per la Pianura Padana e dell’Etna per il Sud e il ghiaccio qui prodotto veniva esportato fino a Malta ed Alessandria d’Egitto.

Molte residenze nobiliari erano dotate di un locale, spesso interrato, adibito appunto alla conservazione delle derrate e denominato “ghiacciaia” o “diacciaia” con copertura in legno o muratura.

 

   

Fig. 3 – ghiacciaia

(da Wikipedia)

 
Fig. 4 – vecchia locandina

(da Ecomuseo della

montagna Pistoiese)

Il ghiaccio veniva ottenuto in grossi blocchi, segati a mano, e trasportato su slitte a cavalli poi su carri “coibentati” con paglia e coperte.

Nel 1776 il Granduca di Toscana Leopoldo I di Lorena abolì le limitazioni al commercio del ghiaccio eliminando le gabelle che vi gravavano; inoltre nel 1778 fu completata la strada di collegamento tra il Granducato di Toscana ed il Granducato di Modena, attraverso il passo dell’Abetone, aprendo così la via al commercio di ogni genere di prodotti.

I primi che seppero cogliere l’opportunità di impiantare un’attività legata al ghiaccio furono gli abitanti di Le Piastre, nell’appennino pistoiese,  in prossimità del luogo in cui i due rami del fiume Reno, il Reno di Prunetta ed il Reno di Campolungo si uniscono (valico del Poggiolo), agli inizi del 1800.

La famiglia Vivarelli nel 1818 iniziò la produzione di ghiaccio utilizzando dapprima dei nevai, poi dei laghetti formati dalle anse del fiume tra Le Piastre e Pracchia. Nel contempo altri si dedicarono a questa attività creando un grande comprensorio per il ghiaccio naturale che si andava ad integrare alle attività estive di agricoltura e pastorizia oltre alla produzione di legna, castagne e carbone.

La tecnica era semplice ma richiedeva una buona conoscenza delle correnti d’acqua e d’aria e la produzione andava da Novembre a Febbraio. Con delle briglie si sbarrava il corso del fiume innalzandone il livello e deviando l’acqua in un canale laterale; durante la notte i laghetti ghiacciavano e, dopo qualche giorno, si otteneva uno spessore di ghiaccio dai 15 ai 30 cm. che si poteva segare ed accumulare in ghiacciaie.

Qui il ghiaccio veniva conservato per essere poi venduto nei mesi estivi. In genere gli uomini si dedicavano alla produzione e alle donne era lasciato il compito di caricare i blocchi su carri; i carri si dirigevano poi alla volta della pianura, viaggiando di notte, per la distribuzione poi, a partire dal 1864, si iniziò a utilizzare il treno dalla stazione di Pracchia.

Dopo l’avvento della ferrovia la produzione si espanse anche nella zona di Pontepetri: i maggiori produttori divennero i Vivarelli ed i Corsini alle Piastre, i Geri a Pontepetri, i Giannini a Pistoia e richiamarono mano d’opera fin dalla città, contribuendo ad elevare leggermente il tenore di vita delle valli.

Alla fine del 1800 la produzione era arrivata a 12.000/13000 tonnellate di ghiaccio con punte di 17000 ton.

Il ghiaccio così prodotto veniva distribuito in Toscana, Emilia Romagna, Marche, Lazio e Vaticano.

In questi anni iniziò un dibattito sulle garanzie di igiene e pulizia del ghiaccio così prodotto, vista la difficoltà di separare foglie, erba e terriccio, che interessò perfino il Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio del governo Crispi; contemporaneamente iniziarono gli esperimenti per la produzione di ghiaccio artificiale mediante impianti industriali. Lo stesso Giannini fu uno dei primi ad impiantare uno stabilimento a Pracchia e dal 1911 iniziò la produzione con le nuove tecniche, nonostante i problemi di approvvigionamento idrico.

Il nuovo prodotto permetteva di tenere i prezzi più bassi e garantiva buoni standard igienici.

Anche i Vivarelli si convertirono alle nuove tecnologie, abbandonando gli impianti per il ghiaccio naturale che, però, continuò ad essere prodotto da altre famiglie.

L’urbanizzazione crescente, l’aumento del tenore di vita delle classi medio-alte, la nascita di nuove abitudini e consumi, la costruzione di alberghi per il turismo portarono ad una sempre maggiore richiesta di ghiaccio.

Ancora per parecchi anni nella valle del Reno continuarono a coesistere entrambi i tipi di produzione fino agli anni ’30 quando una sovrapproduzione di ghiaccio riportò in auge le diatribe relative alle condizioni igieniche del ghiaccio naturale, supportate dalla Federazione Fascista delle Industrie del Freddo. Furono varate disposizioni che resero sempre più onerosa la produzione di ghiaccio naturale; l’avvento della seconda guerra mondiale mise in secondo piano questa contrapposizione che riemerse alla fine del conflitto, tanto che l’ultima cavata di ghiaccio da fiume avvenne nell’inverno del 1946/47.

Negli anni ’60 anche le fabbriche di ghiaccio industriale iniziarono un veloce declino per l’avvento dei frigoriferi casalinghi.

 

Tratto da L’acqua, il freddo, il tempo – AAVV – Alinea editrice